I nostriAlpini3

Discorso pronunciato dal Ten. Art. Mont. Nicola Cozza in occasione della celebrazione della Festa dell'Unità Nazionale il 1 novembre 2015


“La guerra è una follia!

Mentre Dio porta avanti la Sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla Sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!”

Queste sono parole di Papa Francesco, pronunciate il 13 settembre dello scorso anno, in occasione della commemorazione del Centenario dallo scoppio della Grande Guerra, presso il Sacrario Militare di Redipuglia.

Nell’epilogo del suo ultimo film, “Torneranno i prati”, subito prima dei titoli di coda, il maestro Ermanno Olmi ha inserito una citazione: “La guerra è una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai”. L’autore è Toni Lunardi, pastore dell’Altopiano.

Non so se cogliete l’assonanza, ma sembra che Toni Lunardi e Papa Francesco, il pastore di pecore ed il Pastore di Anime, percorrendo prati diversi siano giunti alla medesima conclusione: “la guerra è una brutta bestia folle”!

Queste parole non sono espressione di un pacifismo insensato ed incondizionato ma la sintesi di un bilancio, dare-avere: solo se metteremo tra i valori da considerare anche l’umanità spezzata, distrutta, perduta e non unicamente i guadagni territoriali e le ampliate aree di influenza economica, risulterà chiaro che “la guerra è una follia”, è “un’inutile strage”, è un mondo alla rovescia dove la produttività si misura in termini di distruzione, dove si dorme di giorno e si combatte di notte, si vive sottoterra e si muore sopra la terra, dove il bene (ad esempio, fraternizzare con il nemico) è il male ed il male (uccidere un essere umano) è il bene. Erodoto scrisse: “In pace, i figli seppelliscono i padri; in guerra, i padri seppelliscono i figli”.

Ma vediamola un po’ più da vicino questa umanità ferita e deturpata.

Un aspetto che colpisce è notare che i soldati, reduci, feriti e mutilati, sono disposti a perdonare tutto, tutto il dolore, tutte le fatiche ed il sangue versato, tranne una cosa: la perdita dell’innocenza; l’essere stati a tu per tu con la morte, con il disfacimento corporale ed il disprezzo dell’essere umano. Integri nel corpo, si sentivano morti nello spirito. Hanno dovuto uccidere un nemico che non odiavano e dare il colpo di grazia al fratello sofferente; far parte del plotone di esecuzione e sparare a chi proprio non se la sentiva! Sarebbe forse stato meglio essere un nome in una lapide?

Un aneddoto. Un soldato, un alpino, chiese al tenente (Paolo Monelli, l’autore di ‘Le scarpe al sole’) di essere esonerato dal servizio di guardia quella notte – Là, tenente, ci sono due crucchi morti! – diceva indicando il buio della notte davanti a sè. – Certo! –   Rispose il tenente, – li hai uccisi tu stamattina! –, – Appunto! Tenente, mi metta di guardia da un’altra parte! – Aveva più paura dei morti che delle pallottole dei vivi!

Sentite cosa scrive il soldato Francesco Cavina:

“Al 30 di ottobre abbiamo fatto lazione siamo andati a all’assalto gridando Savoia ma il nemico aprì un fuoco del diavolo e noi si fermammo giù in una dolina siamo rimasti lì fino alla notte e poi si hanno fatto ritirare nella nostra trinceia alla mattina si hanno fatto mangiare la scatoletta presto che bisogna Andare all’asalto a avanti Savoia e noi non si siamo mossi per niente. Allora ci anno preso due soldati a caso e li hanno fucilati. Piangevano come vitelli, ma sono morti bene.”

Infine c’è il Dolore delle famiglie: delle madri e dei padri, sempre! …e molte volte anche delle mogli e dei figli.

Ogni caduto produce intorno a sé, oltre al proprio strazio, una catena di dolore che investe tutti i suoi conoscenti, dai genitori e famigliari più stretti al parroco del paese, dai compagni di lavoro ai semplici compaesani. Verrebbe da dire, usando termini industriali, una produzione di Dolore indotto! Un caduto non era quindi semplicemente un nome nel monumento cittadino.

Nel suo testo “La bellezza e l’orrore”, Peter Englund ad un certo punto fa una annotazione glaciale: “esiste - dice - una parola per una donna che ha perso il marito (la parola ‘vedova’) ma non per una che abbia perso un figlio!", nemmeno se morto in guerra.

È evidente che il Dolore è tale da non essere esprimibile; non lo si può circoscrivere con una frase, ne tantomeno inscrivere in un solo termine, in una parola!

E che dire di quel vecchio padre che, per molti anni dopo la fine del conflitto, finché le forze lo hanno sorretto, a sera, terminato il lavoro nei campi, metteva il cappello e se ne andava a piedi verso il paese: – Vago a vedar se riva el toso – diceva sottovoce alla moglie, che lo guardava scuotendo la testa.

La guerra è una follia!

Una guerra potrà anche essere necessaria ma mai inevitabile; potrà forse essere “giusta” (pensate ad una guerra di difesa o di liberazione) ma mai santa!

Potrà essere una guerra lampo ma mai bella; potrà essere, come si usa dire oggi, una guerra “chirurgica” ma mai indolore.

Soprattutto, se non riusciremo a capire che qualunque conflitto è una follia, allora una guerra potrebbe essere la Prima, la prima di una serie di altre guerre, ma non potrà mai essere l’Ultima!

 

Permettetemi, infine, di citare nuovamente l’opera del maestro Olmi ‘Torneranno i prati’.

Nel film, i protagonisti hanno solo nomi generici: sono il Maggiore, il Tenentino, il Sergente; solo il Capitano, ad un certo punto e per una sola volta, viene chiamato con il suo nome di battesimo: ‘Emilio’, esplicito tributo ad Emilio Lussu, l’autore di ‘Un anno sull’altipiano’. I soldati di truppa invece, con lo stratagemma della consegna della corrispondenza, vengono più volte nominati ad uno ad uno, cognome e nome.

Più che semplici comparse, essi sono per il regista dei protagonisti, passivi ma pur sempre dei protagonisti; non sono la voce ma sono la carne ed il sangue della Storia: rappresentano i nomi dei soldati caduti, gli stessi che sono scritti nei monumenti cittadini e per questo motivo devono avere l’onore della menzione.

Per la stessa ragione, anche noi oggi vorremmo qui ricordarli chiamandoli per nome uno ad uno.

 

Alpino Nicola